martedì 20 gennaio 2015

Nuova recensione Cineland. Fade - Storia degli ultimi giorni di Alessandro Bertoncini


Fade - Storia degli ultimi giorni 
di Alessandro Bertoncini 
con Edoardo Bocchi, Massimo Boschi, Giorgia Castrogiovanni, Gabriele Ciances, 
Pietro Oddi, Bob Messini 
Commedia, 70 min., Italia, 2014 

Giovedì 15 gennaio è stato il giorno di Alessandro Bertoncini, regista in erba che ha avuto il privilegio di presentare Fade - Storia degli ultimi giorni, la sua opera prima, al pubblico di Parma. Inizio proiezione ore 21. Nell'ingresso del cinema Astra vengono consegnati due foglietti con, rispettivamente, la sinossi dell'opera e una scheda di valutazione (indice di gradimento da 1 a 5, come le stelline del Morandini). Entro e mi siedo in ultima fila. L'emozione è forte: la sala di proiezione è piena di ragazzi giovani e tra loro, oltre a qualche curioso, volti noti della città: almeno un assessore (non quello alla cultura), un paio di docenti universitari e personalità appartenenti al mondo del cinema e dello spettacolo. Proprio uno di questi introduce l'opera e gli interpreti. Ad entrare per ultimo Bertoncini, studente ventenne al secondo anno dell'Accademia di Cinema presso la RUFA di Roma che si è autoprodotto l'opera rinunciando all'acquisto dell'automobile che gli aveva promesso il nonno (encomiabile, non c'è che dire). 

Le luci si abbassano e inizia il film, di chiara ispirazione autobiografica, dove ad una storia d'amicizia se ne intreccia una d'amore, impossibile e tormentata. E poi gli ultimi giorni di scuola, l'esame di maturità, l'indecisione e la paura per il futuro, l'amicizia
Ora il dubbio amletico: tacere sui limiti di questo esordio, proseguendo sulla strada della mera esaltazione di un'opera solo perché autoprodotta, o esporli tutti? Sono convinto che, soprattutto in ambito artistico, le critiche siano sempre costruttive se oneste e argomentate. Procedo dunque ad un'analisi dell'opera per punti, per una maggiore chiarezza. 

Il tema trattato 
Obiettivo dichiarato dell'opera è quello di parlare della cosiddetta "linea d'ombra", ovvero di quel passaggio tra giovinezza e età adulta di memoria conradiana che si declina in nuove responsabilità sociali e sentimentali. Qui il periodo viene fatto coincidere con i giorni degli esami di maturità e di un amore reso impossibile dalla paura di svelare i propri sentimenti. Tema troppo scarno per un lungometraggio e comunque troppo retorico per risultare innovativo/interessante. E infatti per stessa ammissione del regista l'opera è il frutto di un'idea per un corto, solo successivamente ampliata per la realizzazione di un lungometraggio. Purtroppo questo cambio di direzione è stato risolto inserendo una moltitudine di scene di transizione che provocano un calo di tensione narrativa che finisce con l'inficiare il risultato finale. 

La chiave di lettura 
Fade, parola inglese che trova nell'italiana "dissolvenza" il suo corrispettivo, è insieme dichiarazione d'amore per il cinema nonché chiave di lettura per l'intera opera. Bertoncini ha dichiarato che questa è la "storia di un gruppo di ragazzi, di quello che erano, sono e sperano di diventare, mentre il passato e il presente si dissolvono ed il presente è presto sostituito da un futuro che prende nuova forma, proprio come l'immagine di una fotografia." Belle parole, che non trovano però riscontro nell'opera se non nel ricorso all'espediente tecnico della dissolvenza come metodo di transizione tra le scene. 

Il montaggio 
Il montaggio è tutto. Qui si salta, in modo fin troppo evidente, da un evento ad un altro, da una stagione astronomica e meteorologica ad un'altra senza una ragionata consequenzialità tra le scene che giustifica i cambiamenti. 

La colonna sonora 
Uso massiccio, e per questo fastidioso, di motivi di sottofondo e di musiche anglo-americane che spesso finiscono col soffocare le immagini. Musiche potenzialmente suggestive, non c'è che dire, ma che faticano ad inquadrare un periodo (quello degli esami di maturità) che invece ha spesso come colonna sonora canzoni sì banali e commerciali perché proposte a ripetizione da radio e tv ma sicuramente capaci, proprio per il fatto di essere conosciute ai più, di dare quel tocco generazionale che ad un lungometraggio di questo tipo non avrebbe guastato. 

La tecnica registica 
Un banco di prova. Non poteva essere altrimenti e non potevamo chiedere di più ad un attore ventenne che si cimenta per la prima volta in un lungometraggio. Ma se poi pensiamo ad un altro giovane esordio come quello di Marco Righi con I giorni della vendemmia (2010), opera dalla sobria e sapiente maestria tecnica girata in altrettanta penuria di mezzi, ecco allora che dobbiamo dire che questo lungometraggio si rivela tecnicamente acerbo, disomogeneo. Si passa da insistite inquadrature dal basso a carrellate improvvise, da primi piani poco evocativi a lunghi e stucchevoli ralenti. Bertoncini ha la frenesia di mettere in pratica un ampio spettro di soluzioni registiche che, insieme, tradiscono un'impulsività poco produttiva. Non mancano i calchi da altre pellicole, si pensi alla riduzione e successiva apertura del formato dell'immagine così come accade in Mommy di Xavier Dolan (film guarda caso recentemente arrivato in Italia), o alle sperimentazioni poco ragionate come gli improvvisi passaggi dal colore al bianco e nero per sottolineare i momenti di sconforto del protagonista. 

La recitazione 
Quasi tutti attori giovani provenienti dal mondo del teatro, credibili ma troppo spesso visibilmente intimiditi dalla macchina da presa. I cammei di attori navigati, come quello di Bob Messini, sono barlumi di cinema attenuati però da battute poco consone ai relativi personaggi. 

Le location 
Rischio di essere troppo di parte perché buona parte dell'opera si svolge nelle strade in cui sono cresciuto e in cui tutt'ora abito. Ciò che mi sento di dire è che non si può far partire il protagonista per un viaggio in solitaria e poi farlo camminare in mezzo ai campi della nostra provincia. 

All'uscita ho restituito il biglietto con una valutazione di tre "stelline" su cinque. Una media tra il risultato finale, acerbo e impulsivo, sia a livello di scrittura che a livello di tecnica registica, e la passione, la voglia di fare. Voglio però chiudere questa recensione aggiungendo che da un regista ventenne mi sarei aspettato molto di più sotto il punto di vista del coraggio autoriale, se non a livello tecnico almeno a livello contenutistico. Detto in altri termini, sono rimasto sorpreso dal non aver trovato traccia di riferimenti culturali forti, impliciti o espliciti che fossero.

martedì 13 gennaio 2015

Novità da Blockbuster - Solo gli amanti sopravvivono, YSL, Il fuoco della vendetta, In ordine di sparizione

Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace 
di Scott Cooper
con Christian Bale, Woody Arrelson, Casey Affleck, Willem Dafoe 
Drammatico, 116 min., USA, 2013 
** ½ 

Ottima ambientazione, interessante ricostruzione del contesto socioculturale. Oltre a questo una storia troppo lineare che non riesce ad essere epica, in bilico tra The Fighter (David O. Russell, 2010) e I padroni della notte (We Own The Night, James Gray, 2007). Willem Dafoe perfettamente nella parte (finalmente!).

In ordine di sparizione (Kraftidioten) 
di Hans Petter Moland 
con Stellan Skarsgard, Bruno Ganz, Peter Andersson 
Commedia, 116 min., Norvegia, Svezia, 2014 
** ½ 

Storia di vendetta dall’ambientazione e dalle movenze nordiche che ricorda il minimalismo kaurismakiano. Ma qui manca il sottotesto poetico e troppi fattori inficiano il risultato finale (stonano i riferimenti alla mafia e la figura del Conte è troppo poco credibile).


Solo gli amanti sopravvivono (Only Lovers Left Alive) 
di Jim Jarmusch 
con Tom Hiddleston, Tilda Swinton, Mia Wasikowska, John Hurt 
Drammatico, 123 min., USA, 2013 
** 

Mi permetto di criticare Jarmusch. Lo so, non si potrebbe. Ma lo faccio, pur essendo conscio che le conseguenze potrebbero essere nefaste. Del resto criticare Jarmusch è un po’ come criticare Wes Anderson. Lo faccio dunque? Non lo so… Beh, mettiamola così: quest’opera è un puro esercizio di stile completamente sconnesso dai tempi (se non fosse per il riferimento, comunque stucchevole, ai vampiri riportato in auge da Twilight) dove sono state inserite divagazioni su arte e musica che possono risultare interessanti solo a sessantenni nostalgici o quindicenni rockettari. Ecco, l’ho detto.

Yves Saint Laurent 
di Jalil Lespert 
con Pierre Niney, Guillaime Gallienne, Charlotte Le Bon 
Biografico, 106 min., Francia, 2014 
* ½ 

Non c’è stile in questa retorica biografia su Yves Saint Laurent. Non c’è altro da aggiungere. Se non che potete recuperare piuttosto Valentino – The Last Emperor (Matt Tyrnauer, 2008). 

mercoledì 7 gennaio 2015

Nuova recensione Cineland. American Sniper di Clint Eastwood


American Sniper 
di Clint Eastwood 
con Bradley Cooper, Sienna Miller, Kyle Gallner, Luke Grimes 
Biografico, Guerra, 132 min., USA, 2014 

Il texano Chris Kyle (Bradley Cooper) si arruola nell’esercito e diventa cecchino nei Navi SEAL. Il battesimo avviene in Iraq, dove si apposta sui tetti per proteggere le operazioni a terra dei suoi commilitoni. Grazie alle numerose uccisioni diventa ben presto una leggenda per i compagni e una minaccia per i nemici. Ma alla gloria sul campo corrisponde un allontanamento dalla famiglia e un aumento dei problemi di salute (mentali più che fisici) nei periodi di congedo. Combattere diventa un’esigenza che non gli permette di reinserirsi nella vita civile. Kyle troverà pace solo grazie all’amore della moglie (Sienna Miller) e ad una nuova missione, addestrare al tiro persone con gravi menomazioni fisiche che, gioco del destino, gli sarà fatale. 

Tratto da una storia vera, American Sniper tralascia qualsiasi intento documentaristico per concentrarsi sulle traversie (interiori ed esteriori) del suo protagonista. Non ci troviamo dunque di fronte ad una ricostruzione minuziosa delle operazioni di guerra alla Zero Dark Thirty (Kathryn Bigelow, 2012), bensì ad un film hollywoodiano dall’impianto classico in cui ci si focalizza sulla personalità del personaggio principale cesellandola grazie ad elementi retorici funzionali alla narrazione quali la storia d’amore con la moglie, i duelli con un nemico che incarna il suo opposto, le reazioni alle tragiche dipartite sul campo dei compagni di battaglia, i dolorosi ritorni a casa. Come prima cosa, Eastwood sembra però voler mettere al centro un dubbio che è sociale e morale insieme: Chris Kyle è un cecchino che, nonostante le oltre 160 uccisioni accreditate al suo attivo, non si sente tale. Ai tetti dai quali si apposta per sparare in solitaria preferisce combattere in strada con i suoi compagni di brigata. Si trova quindi, come per uno strano gioco del destino, a sentirsi chiamato “The Legend” perché, come spesso accade, gli eserciti hanno bisogno di eroi per trovare quelle motivazioni di cui una guerra di difficile giustificazione spesso difetta. A dirla tutta Kyle non era neanche il più “leggendario” tra i cecchini. Le cronache di guerra riportano che la sua uccisione a 1,9 chilometri non è un record, se si considera che altri soldati, appartenenti a corpi meno blasonati, sono riusciti a colpire il loro bersaglio a più di due chilometri di distanza. 

L’eroe che non è e che non si sente tale diventa paradigma per una riflessione sull’interiorità dei combattenti che, partiti pieni di ideali (Dio, Patria e Famiglia), tornano ipertesi, svuotati, senza riconoscibilità sociale. Attraverso le vicissitudini di Kyle, Eastwood non fa altro che riproporre le tematiche legate al problema dei reduci, in passato persone dalla vita distrutta dalla leva obbligatoria, ora automi spinti a combattere dal contesto in cui vivono (zone depresse e permeate da un nazionalismo esasperato in cui, per cultura, si comincia a sparare sin da bambini). Per affinità tematiche, il film si pone dunque in linea di continuità con opere quali Orizzonti di gloria (Paths of Glory, Stanley Kubrick, 1957), La sottile linea rossa (The Thin Red Line, Terrence Malick, 1998) e, ancor di più, con Il cacciatore di Michael Cimino (The Deer Hunter, 1978). 

Con la sua ultima opera, Eastwood ci vuole far capire l’essenza della guerra e i suoi indelebili effetti su chi ne prende parte. La chiave interpretativa ce la fornisce in grande stile, ovvero attraverso una battuta di uno dei suoi personaggi: “Avevamo una rete elettrificata attorno alla nostra proprietà in Oregon e noi bambini ci attaccavamo per vedere chi riusciva a resistere più a lungo. La guerra è così, ti mette una scarica di elettricità nelle ossa, ma se ti stacchi muori.” 

Voto: 3 ½ su 5 

(Film visionato il 2 gennaio 2014)

domenica 4 gennaio 2015

I migliori film del 2014 - La Top Ten


La nostra personale classifica dei 10 migliori film del 2014, pubblicata qui con qualche giorno di ritardo per permettere la visione di American Sniper, l’ultimo film di Clint Eastwood appena uscito nelle sale che all’ultimo momento riesce ad accaparrarsi un posizionamento di tutto rispetto (spoiler?). 

N.B. Rientrano in classifica solo i film del 2014, rimanendo dunque esclusi quelli che, pur distribuiti in Italia lo scorso anno, di fatto appartengono alla stagione cinematografica precedente.


10. Winter Sleep - Il regno d’inverno

L’attenzione per la parola, i dialoghi teatrali protratti all’infinito, l’insistenza sui difetti del protagonista e sulla sua incapacità di relazionarsi con gli altri. Ne esce un’opera densa, complessa, a tratti ampollosa e didascalica, le cui oltre tre ore di durata si sentono eccome. Domina su tutto lo splendido paesaggio della Cappadocia, emblema dell’immobilismo dei personaggi.



9. Grand Budapest Hotel

Non sarà il più memorabile della sua carriera, eppure Wes Anderson riesce ancora una volta a stupirci mettendo in scena un caleidoscopio di personaggi e situazioni, tanto numerose quante sono le stanze del Gran Budapest Hotel.



8. Anime nere 
 

Finalmente un thriller italiano ben fatto e con un po’ di verve! Finalmente un film sulla mafia che rifugge gli stereotipi e con attori credibili! Finalmente zero moralismo!
Bisogna aggiungere altro? 



7. American Sniper 

L’ultimo film del buon vecchio Clint che racconta la storia del più prolifico cecchino della storia americana. A breve la recensione sul nostro blog!



6. Interstellar 

Un blockbuster pensato per intrattenere il grande pubblico, in cui non tutto torna ma che resta comunque un’ottima forma di intrattenimento, nonché un tentativo di coniugare spettacolo e comunicazione scientifica (in questo senso emblematica, per quanto didascalica, la spiegazione della natura del wormhole fatta da uno dei personaggi). 



5. Lo sciacallo – The nightcrawler 


Con la sua interpretazione Jake Gillenhall si aggiudica senza alcun dubbio il premio per il personaggio più inquietante, cinico e spietato degli ultimi anni. Come un moderno Weegee, sfreccia sulle strade di una violentissima Los Angeles per immortalare scene di incidenti, omicidi e rapine e venderle alle emittenti locali, in un gioco perverso di autocompiacimento e sopraffazione. 



4. Mommy 

Può l’amore per un figlio essere sufficiente per superare le difficoltà e guadagnarsi il diritto a un’esistenza normale? È la domanda su cui si regge il quinto film del venticinquenne regista canadese ed è la missione che si assume Diane, madre single non più giovane e dalla vita già di per sé complicata, lanciando una sfida alle istituzioni  e a chi le suggerisce di ricoverare il figlio ingestibile e affetto da disturbi mentali in una struttura sanitaria. Ne nasce una storia commovente, per niente scontata, di rara bellezza. 



3. Due giorni, una notte 

Un tema quanto mai attuale, quello della lotta per il lavoro, trattato con la semplicità e la potenza di cui solo i fratelli Dardenne sono capaci. Semplicità che qui non è certo sinonimo di povertà di significato: come sempre i cineasti belgi sanno andare dritti al cuore del problema, scavando le debolezze e la fragilità di una giovane donna che, anello debole del sistema economico-sociale, deve trovare in se stessa, prima che negli altri, la forza per andare avanti e combattere, per guadagnarsi finalmente il proprio posto nel mondo. 



2. Gone girl – l’amore bugiardo 

Quando la moglie sparisce nel giorno del loro quinto anniversario, tutti i sospetti ricadono sul marito, reo di averla maltrattata, tradita, impaurita. Il nuovo film di Fincher è una fredda e spietata analisi sulla vita di coppia e sull’essenza del matrimonio, sulle relazioni umane, sul rapporto tra uomo e donna e la loro inconciliabilità. 



1. Boyhood 

Il capolavoro di Richard Linklater si aggiudica il primo posto nella nostra personale classifica dei migliori film del 2014, in quanto non è un solo un’opera cinematografica, quanto piuttosto una vera e propria operazione esperienziale, in cui vengono a fondersi realtà e fiction, tempo reale e tempo narrativo. Grazie al meccanismo di ripresa diretta degli eventi, anche noi siamo come rapiti e quasi proiettati nella storia, seguendo le vicende dei personaggi e la crescita non solamente intellettuale ed emotiva, ma anche   fisica del protagonista, che si svolge proprio davanti ai nostri occhi, nell’arco dei 12 anni lungo i quali si sono dipanate le riprese.

martedì 30 dicembre 2014

Nuova recensione Cineland. L'amore bugiardo - Gone Girl di David Fincher


L’amore bugiardo – Gone Girl 
di David Fincher 
con Ben Affleck, Rosamund Pike, Neil Patrick Harris, Tyler Perry 
Thriller, 149 min., USA, 2014 

Amy (Rosamund Pike) e Nick (Ben Affleck) sono giovani, belli, affiatati. Apparentemente una coppia perfetta. Dopo aver vissuto a New York si sono trasferiti in Missouri per stare vicini alla madre di Nick, gravemente malata. Insieme hanno sconfitto la crisi economica del 2009 che ha minato le loro finanze e, insieme, hanno riorganizzato la loro vita in provincia. Ma il giorno del loro quinto anniversario Amy scompare nel nulla. Nick non sembra particolarmente preoccupato ma segnala la cosa alla polizia, che in casa trova un tavolino rotto e numerose tracce di sangue. Qualche sorriso di troppo rubato dalle telecamere delle emittenti che seguono la vicenda e Nick si ritrova ben presto tra i principali sospettati

Finalmente una trama avvincente, frutto di un eccellente regista che mette da parte qualsiasi velleità letteraria lasciando campo libero all’autrice del romanzo da cui è tratta la pellicola (Gillian Flynn, L’amore bugiardo, Rizzoli, 2012). Il risultato è ottimo. Rimaniamo letteralmente incollati allo schermo per 149 minuti godendoceli singolarmente uno ad uno, con picchi di coinvolgimento che da tempo non registravamo davanti al grande schermo. La storia incentrata su una coppia invidiabile che comincia a sfaldarsi, ricostruita abilmente grazie ad un perfetto incastro tra flashback rievocati dalle pagine del diario ritrovato della moglie e vicissitudini del marito che la cerca, potrebbe far pensare alla solita tiritera ampiamente sfruttata dalla settima arte. E invece qui ci troviamo di fronte ad un’insolita, e per questo ancor più apprezzata, variazione sul tema, che si eleva addirittura rispetto alle altre recenti opere cinematografiche statunitensi sulla vita coniugale (lo spietato Revolutionary Road di Sam Mendes e To the Wonder di Terrence Malick, per citarne solo un paio). 

Ne esce uno studio metaforico che estremizza le tematiche legate al matrimonio per farsi ancor più terribilmente realistico (alla maniera ellissiana, mi verrebbe da dire), sorretto dalla bravura degli attori, della sceneggiatrice e di un regista che riesce a concentrare l’attenzione non solo sulle contraddizioni del tema ma anche sul contesto che talvolta le crea, talvolta le subisce. La scomparsa di una moglie diventa dunque un pretesto per indagare i rapporti di coppia e come vengono percepiti all’esterno: il circo mediatico si scatena (che siano vicini di casa o emittenti televisive ad esprimere un giudizio, il risultato non cambia) e la verità che viene a galla è sempre parziale, frutto di un gioco di astuzie costruito sul momento, non nel lungo periodo. 

L’unica perplessità riguarda l’atmosfera generale della pellicola. Il film parte infatti come un thriller finendo quasi per sfociare nel grottesco. Una disomogeneità che tradisce forse un riferimento ad una certa tradizione hollywoodiana (la mente corre alla Guerra dei Roses) e che, a conti fatti, fa calare un poco l’epicità dell’intera opera. 

Interessante infine constatare come l’uscita di quest’opera abbia seguito sia negli USA che in Italia di poche settimane quella dello Sciacallo (Nightcrawler, Dan Gilroy), altra inquietante riflessione sul ruolo dei mass media nella percezione della realtà. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 26 dicembre 2014)

giovedì 18 dicembre 2014

Nuova recensione Cineland. Mommy di Xavier Dolan


Mommy 
di Xavier Dolan 
con Anne Dorval, Steve-Olivier Pilon, Suzanne Clément 
Drammatico, 140 min, Francia, Canada, 2014 

Una madre single, non più giovane ma ancora attraente (Diane, interpretata da Anne Dorval) si trova ad accudire il violento e instabile figlio quindicenne (Steve, Steve-Olivier Pilon) pur di non farlo finire in un ospedale psichiatrico. Cerca di aiutarla, tra mille difficoltà, una vicina di casa balbuziente (Kyla, Suzanne Clément). 

Xavier Dolan (classe 1989!) ha realizzato un film che vive di eccessi e contrasti. Elementi che fanno la fortuna dell’opera tradendo però, allo stesso tempo, tutta l’acerbità del regista. Sin dall’inizio il primo aspetto del film che colpisce è l’ottima recitazione, caratterizzata per tutti i personaggi da una continua alternanza di quiete ed esplosioni incontrollate. Si pensi ai comportamenti di Steve (dolce o violento), alle reazioni della madre Diane (paradigmatico lo straziante monologo finale che si risolve in un disperato pianto) o ancora al travaglio interiore della delicata vicina di casa Kyla. 

Nelle prime scene si palesa anche il principale elemento che innerva tutta la pellicola: la musica. La sua è una presenza massiccia (si parlava d’eccessi), e sappiamo già come solo i grandi successi del presente e del passato (in questo caso si va da Wonderwall degli Oasis a Born To Die di Lana del Rey, passando da Vivo per lei di Andrea Bocelli e Giorgia Todrani… che contrasti!) siano sufficienti a “rapire l’anima” dello spettatore, incollarla alle immagini e rendere epica anche la scena più insignificante. Non che questo voglia dire che ci siano scene mal realizzate. Anzi, è proprio la maestria tecnica con la quale Dolan ha studiato ogni minima inquadratura della sua opera che colpisce. Già la scelta del formato dimostra un’attenzione particolare a questo aspetto: la dimensione 1:1 (Mariarosa Mancuso ha parlato di “formato Instagram”) accentua la solitudine dei singoli personaggi nei primi piani pasoliniani o nei campi medi, per poi aprirsi nelle metaforiche scene che restituiscono un’idea di massima speranza o spensieratezza. 

Siamo indubitabilmente di fronte a vette di sperimentalismo tecnico, di coraggio autoriale, che da tempo non trovavamo sul grande schermo (ultimo esempio, a livello di sperimentalismo tecnico “spinto”, l’uso delle lenti deformanti nel Faust di Sokurov, 2011). Ma ancora una volta finiamo nel campo dei contrasti, dato che alla maestria tecnica non corrisponde una storia che si possa dire allo stesso livello. 

Dolan pecca infatti d’inesperienza nel momento in cui decide di mettere in scena una vicenda d’amore materno senza metterle dei freni, ovvero sfruttando troppo spesso in maniera poco misurata situazioni e artifici narrativi che finiscono per tradire una scarsa profondità di riflessione sul tema, per un risultato che sembra ben più emotivo che ragionato. Per affinità tematiche possiamo citare, come pietra del paragone, La luna di Bernardo Bertolucci (1979). Nonostante questo, il film rimane pur sempre una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico contemporaneo e il secondo plot point, ovvero la proiezione materna del possibile futuro del figlio in finale di film, è un pezzo di grandissimo cinema che ci accompagnerà per lungo tempo. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 12 dicembre 2014)

lunedì 1 dicembre 2014

Nuova recensione Cineland. Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne


Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) 
di Jean-Pierre e Luc Dardenne 
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne 
Drammatico, 95 min., Belgio, Francia, Italia, 2014 

Sandra, dipendente di una piccola azienda che produce pannelli solari, è in procinto di rientrare al lavoro dopo essersi ripresa da una brutta depressione quando viene raggiunta dalla telefonata di una collega che la informa che buona parte dei colleghi ha votato per il suo licenziamento in cambio di un bonus in busta paga. Sandra vuole gettare la spugna ma, grazie ad una collega che riesce ad ottenere una seconda votazione e ad un marito che la supporta, trova la forza di giocare la sua ultima carta: incontrare uno per uno i colleghi, nel fine settimana, per convincerli a votare per il suo reintegro. 

Ciò che colpisce di più di quest’opera è la semplicità degli elementi che la compongono: la regia dei fratelli Dardenne si fa classica (scompare l’onnipresente telecamera che segue il personaggio principale per una più ampia varietà d’inquadrature, semplici e misurate), la sceneggiatura è lineare, i dialoghi sobri, la recitazione puntuale. Possiamo dire che con questa loro ultima fatica i fratelli Dardenne hanno messo in atto l’insegnamento bressoniano dell’alleggerimento dei “significanti” per un raggiungimento più diretto del cuore del “significato”. Ne è scaturita una storia incisiva e verosimile (perché encomiabilmente legata ai tempi), che si sublima in un finale di rara profondità e rilevanza

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 29 novembre 2014)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. La riproduzione del titolo, dei testi e delle immagini originali è possibile solo citando con link il sito e l’autore. E’ vietata ogni modifica e utilizzo a scopo commerciale. L’autore, inoltre, non ha alcuna responsabilità per quanto riguarda i siti ai quali è possibile accedere tramite i collegamenti posti all’interno del sito stesso, forniti come semplice servizio agli utenti della rete. Per tal motivo questo non implica l’approvazione dei siti stessi, sui cui contenuti è declinata ogni responsabilità. L'autore, infine, non ha alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti relativi ai post e si assume il diritto di eliminare o censurare quelli non rispondenti ai canoni del dialogo aperto e civile. Salvo diversa indicazione, le immagini e i prodotti multimediali pubblicati sono tratti direttamente dal Web. Nel caso in cui la pubblicazione di tali materiali dovesse ledere il diritto d'autore si prega di Contattarmi per la loro immediata rimozione all'indirizzo andreavighi@inwind.it