giovedì 18 dicembre 2014

Nuova recensione Cineland. Mommy di Xavier Dolan


Mommy 
di Xavier Dolan 
con Anne Dorval, Steve-Olivier Pilon, Suzanne Clément 
Drammatico, 140 min, Francia, Canada, 2014 

Una madre single, non più giovane ma ancora attraente (Diane, interpretata da Anne Dorval) si trova ad accudire il violento e instabile figlio quindicenne (Steve, Steve-Olivier Pilon) pur di non farlo finire in un ospedale psichiatrico. Cerca di aiutarla, tra mille difficoltà, una vicina di casa balbuziente (Kyla, Suzanne Clément). 

Xavier Dolan (classe 1989!) ha realizzato un film che vive di eccessi e contrasti. Elementi che fanno la fortuna dell’opera tradendo però, allo stesso tempo, tutta l’acerbità del regista. Sin dall’inizio il primo aspetto del film che colpisce è l’ottima recitazione, caratterizzata per tutti i personaggi da una continua alternanza di quiete ed esplosioni incontrollate. Si pensi ai comportamenti di Steve (dolce o violento), alle reazioni della madre Diane (paradigmatico lo straziante monologo finale che si risolve in un disperato pianto) o ancora al travaglio interiore della delicata vicina di casa Kyla. 

Nelle prime scene si palesa anche il principale elemento che innerva tutta la pellicola: la musica. La sua è una presenza massiccia (si parlava d’eccessi), e sappiamo già come solo i grandi successi del presente e del passato (in questo caso si va da Wonderwall degli Oasis a Born To Die di Lana del Rey, passando da Vivo per lei di Andrea Bocelli e Giorgia Todrani… che contrasti!) siano sufficienti a “rapire l’anima” dello spettatore, incollarla alle immagini e rendere epica anche la scena più insignificante. Non che questo voglia dire che ci siano scene mal realizzate. Anzi, è proprio la maestria tecnica con la quale Dolan ha studiato ogni minima inquadratura della sua opera che colpisce. Già la scelta del formato dimostra un’attenzione particolare a questo aspetto: la dimensione 1:1 (Mariarosa Mancuso ha parlato di “formato Instagram”) accentua la solitudine dei singoli personaggi nei primi piani pasoliniani o nei campi medi, per poi aprirsi nelle metaforiche scene che restituiscono un’idea di massima speranza o spensieratezza. 

Siamo indubitabilmente di fronte a vette di sperimentalismo tecnico, di coraggio autoriale, che da tempo non trovavamo sul grande schermo (ultimo esempio, a livello di sperimentalismo tecnico “spinto”, l’uso delle lenti deformanti nel Faust di Sokurov, 2011). Ma ancora una volta finiamo nel campo dei contrasti, dato che alla maestria tecnica non corrisponde una storia che si possa dire allo stesso livello. 

Dolan pecca infatti d’inesperienza nel momento in cui decide di mettere in scena una vicenda d’amore materno senza metterle dei freni, ovvero sfruttando troppo spesso in maniera poco misurata situazioni e artifici narrativi che finiscono per tradire una scarsa profondità di riflessione sul tema, per un risultato che sembra ben più emotivo che ragionato. Per affinità tematiche possiamo citare, come pietra del paragone, La luna di Bernardo Bertolucci (1979). Nonostante questo, il film rimane pur sempre una ventata d’aria fresca nel panorama cinematografico contemporaneo e il secondo plot point, ovvero la proiezione materna del possibile futuro del figlio in finale di film, è un pezzo di grandissimo cinema che ci accompagnerà per lungo tempo. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 12 dicembre 2014)

lunedì 1 dicembre 2014

Nuova recensione Cineland. Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne


Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) 
di Jean-Pierre e Luc Dardenne 
con Marion Cotillard, Fabrizio Rongione, Pili Groyne 
Drammatico, 95 min., Belgio, Francia, Italia, 2014 

Sandra, dipendente di una piccola azienda che produce pannelli solari, è in procinto di rientrare al lavoro dopo essersi ripresa da una brutta depressione quando viene raggiunta dalla telefonata di una collega che la informa che buona parte dei colleghi ha votato per il suo licenziamento in cambio di un bonus in busta paga. Sandra vuole gettare la spugna ma, grazie ad una collega che riesce ad ottenere una seconda votazione e ad un marito che la supporta, trova la forza di giocare la sua ultima carta: incontrare uno per uno i colleghi, nel fine settimana, per convincerli a votare per il suo reintegro. 

Ciò che colpisce di più di quest’opera è la semplicità degli elementi che la compongono: la regia dei fratelli Dardenne si fa classica (scompare l’onnipresente telecamera che segue il personaggio principale per una più ampia varietà d’inquadrature, semplici e misurate), la sceneggiatura è lineare, i dialoghi sobri, la recitazione puntuale. Possiamo dire che con questa loro ultima fatica i fratelli Dardenne hanno messo in atto l’insegnamento bressoniano dell’alleggerimento dei “significanti” per un raggiungimento più diretto del cuore del “significato”. Ne è scaturita una storia incisiva e verosimile (perché encomiabilmente legata ai tempi), che si sublima in un finale di rara profondità e rilevanza

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 29 novembre 2014)

domenica 23 novembre 2014

Nuova recensione Cineland. Pasolini di Abel Ferrara


Pasolini 
di Abel Ferrara 
con Willem Dafoe, Ninetto Davoli, Riccardo Scamarcio, Valerio Mastandrea 
Biografico, 86 min., Belgio, Francia, Italia, 2014 

Premetto di aver avidamente studiato gran parte dell’Opera pasoliniana. Intendo i romanzi, le poesie, gli scritti critici, gli articoli e quasi tutti i film dell’intellettuale assassinato nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975. Cito con precisione l’ultimo atto della sua vita perché quest’opera di Abel Ferrara, sceneggiata con Maurizio Braucci, si concentra proprio sulle ultime ore dello scrittore attraverso la ricostruzione della sua quotidianità, degli affetti, delle opere rimaste incompiute. Passa allora davanti ai nostri occhi una galleria di personaggi (Ninetto Davoli, Laura Betti, la madre) e situazioni (le partite di calcio con i borgatari, le interviste, gli adescamenti di giovinetti) che dovrebbero restituire la dimensione epica della vita di Pasolini (siamo così sicuri che il suo privato fosse così memorabile?). 

Ciò che ne esce è una lunga lista di luoghi comuni, animati da un codazzo di maschere stereotipate, intervallati da un’approssimativa, quasi grottesca e caricaturale ricostruzione delle opere rimaste incompiute, ovvero Petrolio e Porno-Teo-Kolossal

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 18 novembre 2014) 

giovedì 20 novembre 2014

Nuova recensione Cineland. Lo sciacallo - The Nightcrawler di D. Gilroy


Lo sciacallo – The Nightcrawler 
di Dan Gilroy 
con Jake Gillenhaal, Bill Paxton, Rene Russo, Riz Ahmed 
Drammatico, Noir, Thriller, 117 min., USA, 2014 

Lou è un ragazzo strano. Vive in un monolocale, non ha parenti e amici, ha una macchina scassata e ruba qua e là per far soldi. Il necessario per vivere. Una sera assiste ad un incidente e vede accorrere una troupe di freelance che poco dopo vende con profitto le riprese ad un’emittente locale. A Lou si accende la lampadina e allora, moderno Scrooge che da un penny costruì un impero, ruba una bici da corsa per poi rivenderla e comprare una videocamera e un computer. Parte così la sua ascesa nel mondo dell’informazione, fatta di colpi bassi e competizione ferocemente sleale

Ci è sembrato di essere spettatori di un’operazione nostalgia. Echi di anni Novanta esplodono davanti ai nostri occhi con tutta la loro dirompenza non solo grazie alle immagini di una decadentissima Los Angeles ma anche e soprattutto grazie ad una storia che presenta i canoni tipici dei film di quella decade. Non ci stupiamo allora che Lou giri con la camicia bianca a maniche corte come il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia (Falling Down, Joel Schumacher, 1993). Chicca che, insieme alle panoramiche della città degli angeli, non solo vale il prezzo del biglietto ma accentua anche il tasso di follia del protagonista e della vicenda tutta. Pazzia insana, mancanza di controllo che vale al protagonista la palma di cattivo più cattivo di questi ultimi stanchi anni cinematografici. Il suo sguardo spiritato (Gillenhaal è davvero inquietante e la perfetta Rene Russo gli regge il gioco) è la ciliegina sulla torta, il suo cinismo è il caffè, i suoi discorsi improntati al personal branding più spinto e la domanda What if my problem isn’t that I don’t understand people, but that I don’t like them? l’ammazzacaffé. 

Non ci siamo dunque trovati di fronte solo ad una riflessione sul giornalismo e le sue derive (il sensazionalismo a tutti i costi, la manipolazione delle notizie, i dubbi etici legati alla ripresa senza filtri della realtà, ecc…) ma ad una vera e propria considerazione metaforica sul livello odierno a cui si attesta ormai il comune senso del pudore. E allora ci siamo alzati dalle poltrone svuotati, consci di aver visto, piaccia o non piaccia, uno dei film più spietati degli ultimi anni

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 15 novembre 2014)

domenica 16 novembre 2014

Nuova recensione Cineland - Interstellar di C. Nolan


Interstellar 
di Christopher Nolan 
con Matthew McConaughey, Anne Hathaway, Jessica Chastain, Wes Bentley, Michael Caine
Fantascienza, 169 min., USA, UK, 2014 

Non c’è due senza tre. Inception (2010) e Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012) ci avevano lasciato con l’amaro in bocca e ora è il turno di questo Interstellar. Ma una cosa l’abbiamo capita. Nolan è ormai regista da alti budget e quindi “prigioniero” di un cinema che deve per forza fare i conti con i risultati al botteghino. Non ci dobbiamo quindi stupire se questa sua ultima opera, nonostante le affinità tematiche, non sia ai livelli di profondità di capolavori come 2001: Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) ma si fermi alla superficie. Come se la navicella di Cooper (McConaughey) non lasciasse mai la terra, come se quel tanto decantato buco nero fosse solo uno specchietto per le allodole. 

Qualcosa si salva? Certo. Il film è puro e bellissimo intrattenimento, frutto di una maestria tecnica e registica senza precedenti. Ciò che manca, recente vizio del regista, è la profondità d’analisi, ovvero quella capacità di riempire un ottimo prodotto di significato. E allora, di nuovo, le buone premesse (tra cui un tema quanto mai attuale: le nuove generazioni si devono formare per far fronte alle esigenze del pianeta, a costo di sacrificare le loro predisposizioni) sfociano in un finale tanto stucchevole quanto fastidioso. Ci piace ancora pensare che il vero Nolan sia quello di Insomnia (2002). 

Voto: 3 ½  su 5 

(Film visionato l’8 novembre 2014)

venerdì 7 novembre 2014

Novità da Blockbuster - L'evocazione - The Conjuring; Synecdoche, New York; La casa

L’evocazione - The Conjuring 
di James Wan 
con Patrick Wilson, Vera Farmiga, Lili Taylor, Ron Livingston 
Horror, 112 min., USA, 2013 
*** ½ 

Terzo film (dopo Amytiville Horror e The Hounting in Connecticut) basato sulle esperienze dei ricercatori del paranormale Ed e Lorraine Warren, realmente esistiti. In questo caso la coppia aveva aiutato, all’inizio degli anni Settanta, la famiglia Perron a liberarsi e liberare la casa dal demonio. James Wan ha realizzato un film tecnicamente inappuntabile, ricco di soluzioni intelligenti che innovano un genere (l’horror soprannaturale) che sembrava ormai essere arrivato al capolinea. Veniamo proiettati negli anni settanta (ottima la ricostruzione dell’epoca) e misteriose presenze, rumori sinistri, possessioni e porte che cigolano fanno, almeno per una volta, veramente paura. Per tutti quelli che con Paranormal Activity si sono addormentati

Synecdoche, New York 
di Charlie Kaufman 
con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Michelle Williams, Samantha Morton 
Drammatico, 124 min., USA, 2008 
** ½ 

Caden (Hoffman) è un regista teatrale che si scopre malato. Non se ne conoscono le cause. Nel mentre vince un importante premio che gli permette di mettere in scena il più grande spettacolo teatrale di tutti i tempi. A causa della paura di morire, Caden lavora alacremente per realizzare una rappresentazione dettagliatissima della sua vita, per darle un senso attraverso l’arte. Il film testimonia la notevole capacità di scrittura di Kaufmann ma anche i limiti di una “trama” che ripropone tematiche d’inizio Novecento (basta aver letto qualche opera di Pirandello). Per cinefili.

La casa (Evil Dead) 
di Fede Alvarez 
con Jane Levy, Shiloh Fernandez, Lou Taylor Pucci, Jessica Lucas 
Horror, 91 min., USA, 2013 
** ½ 

Remake dell’omonimo film del 1981 di Sam Raimi, in questo caso produttore insieme a Bruce Campbell e Robert Tapert (rispettivamente protagonista e produttore della leggendaria pellicola). La storia ripropone tutti gli stilemi del genere splatter. È interessante rilevare come la computer grafica, il cui uso è qui veramente massiccio, riesca a rendere verosimili scene altrimenti irrealizzabili.

domenica 2 novembre 2014

Nuova recensione Cineland. Boyhood di Richard Linklater


Boyhood 
di Richard Linklater 
con Patricia Arquette, Ethan Hawke, Ellar Coltrane, Lorelai Linklater 
Drammatico, 165 min., USA 2014 

39 giorni di riprese realizzate nell’arco di 12 anni (dal 2002 agli inizi del 2014) al ritmo di tre o quattro giorni ogni anno. Sempre con gli stessi attori, sempre con la chiara idea di “quale sarebbe stata l’ultima inquadratura, dove sarebbero andati i personaggi”. Boyhood è il risultato di questo lavoro di pianificazione e costanza, di commistione tra realtà (il contesto e l’evoluzione fisica degli attori) e fiction (i personaggi e ciò che accade). 

Proprio questa compenetrazione acuisce le peculiarità di un’anomala storia di formazione che, proprio per il suo alto tasso di sperimentalismo, promuove un fortissimo meccanismo di identificazione. Grazie all'inserimento, all’interno della narrazione, di accadimenti positivi e negativi, degni di nota o irrilevanti, ma sempre fondamentali per cesellare le personalità, siamo testimoni non solo della crescita di un ragazzo che passa dai 6 ai 18 anni ma anche delle sorti dei famigliari che lo accompagnano in questo percorso: la madre, il padre, la sorella. Un po’ come per chi guarda i filmini di famiglia, messa in scena di una realtà dove ci sono personaggi costanti e comparse che non ritorneranno, è impossibile non ritrovare almeno un frammento della propria vita e identificarsi con almeno uno dei personaggi. 

Ma Boyhood è anche un’opera che, grazie al meccanismo di ripresa diretta della realtà, si propone come documento filologicamente ineccepibile sul contesto socio culturale statunitense dell’ultimo decennio (un po’ come Heimat per la Germania). L’opera promuove infatti un’acuta e profonda riflessione su uno dei  pilastri della società, la Famiglia, mettendone a nudo le contraddizioni, le soavità. 

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 29 ottobre 2014)

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