martedì 31 marzo 2015

Remember Us. Biutiful, Jack Reacher - La prova decisiva, Crash - Contatto fisico

Biutiful 
di Alejandro González Iñárritu 
con Javier Bardem, Marciel Álvarez, Hanaa Bouchaib, Guillermo Estrella, Eduard Fernández 
Drammatico, 148 min., Messico, Spagna, 2010 
*** ½ 

Primo film di Iñárritu la cui sceneggiatura non è firmata da Guillermo Arriaga (Amores Perros, 21 grammi, Babel). Ciò significa un solo protagonista, una sola storia, trama lineare. Il film è incentrato sulle vicissitudini di Uxbal (Bardem), che si affastellano su di lui acuendone come non mai la dimensione tragica. La telecamera lo segue quindi incessantemente e l’effetto quasi documentaristico intensifica le sue, le nostre sofferenze. Affascinante la scelta dell’ambientazione nella Barcellona meno turistica, quindi più vera e sofferta.

Jack Reacher – La prova decisiva 
di Christopher McQuarrie 
con Tom Cruise, Rosamund Pike, Robert Duvall, Jai Courtney Azione/Thriller, 130 min., USA, 2012 
** ½ 

Un incrocio tra The Bourne Identity e Mission Impossible. Nonostante questo rimaniamo incollati allo schermo perché, del resto, questo sanno fare a Hollywood: inseguimenti, sparatorie, risse da bar, duelli e dialoghi che sono la degna evoluzione del cinema dei western e della retorica anni Ottanta. Tom Cruise è il protagonista (perfetto) attorno a cui tutto ruota. Certo, anche per lui il tempo passa, ma le controfigure e il chirurgo sembrano aver fatto miracoli (se non fosse per la linea dei capelli da pupazzo che gli attraversa la nuca). Per staccare.

Crash – Contatto fisico 
di Paul Haggis 
con Don Cheadle, Matt Dillon, Terrence Howard, Sandra Bullock, Brendan Fraser, Jennifer Esposito 
Drammatico, 115 min., USA, 2004 
** 

Prendete America Oggi (Short Cuts, Robert Altman, 1993), svuotatelo di tutta la sua carica critica nei confronti della società statunitense e riempite lo spazio ottenuto con tanta tanta retorica (hollywoodiana). Infine, per confondere le acque, chiudete la storia con un colpo di scena strappalacrime. Pruriginoso.

mercoledì 11 marzo 2015

Nuova recensione Cineland. Vizio di forma (Inherent Vice) di P.T. Anderson


Vizio di forma 
(Inherent Vice) 
di Paul Thomas Anderson 
con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro 
Giallo/Grottesco, 148 min., USA, 2014 

“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate”. Voglio partire da questa affermazione hitchkockiana, vera o presunta che sia ma con un indubbio fondamento di verità, per affermare che Anderson si è ormai specializzato nel superfluo. La sua spasmodica attenzione al contesto più che al contenuto ci rende partecipi di un’operazione che ribalta gli assunti bressoniani, ovvero procedere per riduzioni al fine di arrivare più direttamente al “cuore”, per farsi beffe della fabula e dell’intreccio relegando la storia a mero elemento di sfondo

Questo succedeva parzialmente con le sue precedenti opere, questo accade al suo massimo grado con Vizio di forma. Il contesto diventa il reale protagonista della vicenda, impreziosito com’è da una ricostruzione storica e una maestria tecnica davvero oltre la media. Da amanti del cinema non possiamo fare altro che stimare Anderson per la sua preparazione. Da amanti dell’arte gli imputiamo invece la mancanza di umiltà e coraggio nell’affidarsi ad un bravo sceneggiatore per regalare al pubblico un’opera finalmente degna di nota

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 4 marzo 2015)

lunedì 23 febbraio 2015

Nuova recensione Cineland. Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza di R. Andersson


Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza 
(En duva satt på en gren och funderade på tillvaron) 
di Roy Andersson 
con Holger Andersson, Nisse Vessblom, Lotti Tornros, Charlotta Larsson 
Commedia drammatica, 100 min., Svezia, 2014 

39 piani sequenza. Tra questi: un’anziana sul letto di morte tiene stretta una borsetta coi suoi valori per non lasciarla ai figli; su un traghetto si discute su chi può sfruttare il pranzo già pagato da un passeggero appena morto d’infarto; prima di andare in guerra Carlo XII chiede un bicchiere d’acqua e, battendo in ritirata, ha bisogno del bagno; due rappresentanti di oggetti di carnevale attraversano una crisi economica e psicologica; Lotte la Zoppa scambia grappe per baci; diversi personaggi sono contenti di sapere che dall’altro capo del telefono “sta andando tutto bene” mentre intorno a loro l’umanità soffre. 

È la malinconia, la sofferenza, la debolezza e la corruttibilità dell’uomo il tema trattato da Andersson in questa sua ultima opera del trittico “Living Trilogy”. Il linguaggio si fa metaforico al massimo grado, vera e propria (video)arte. L’inquadratura è fissa, come se lo spettatore seguisse lo spettacolo da una finestra, che limita e include. La messa in scena si fa ultra realistica, poiché nei lunghi piani sequenza tutto è a fuoco, tutto è al suo posto, e tutto ha dignità, che sia in primo o in secondo piano. Sta a noi decidere cosa guardare

Proprio come nella vita vera, spesso ci sono uomini che sono maschere di se stessi, condizione qui rimarcata dal cerone che portano sul viso. Altrettanto spesso le loro movenze sono talmente insignificanti ma tanto ripetute da diventare rituali, allegoriche. E mentre gli schiavi vengono spinti dentro un cilindro musicale  che viene arroventato per il diletto di vecchi ricchi, la maschera di Zio Dentone rimane invenduta e un militare arriva sempre in ritardo agli appuntamenti, noi non possiamo fare nulla, se non guardare

Voto: 4 su 5 

(Film visionato il 21 febbraio 2015)

lunedì 16 febbraio 2015

Nuova recensione Cineland. Birdman di A.G. Iñárritu


Birdman 
di Alejandro González Iñárritu 
con Michael Keaton, Edward Norton, Zach Galifianakis, Naomi Watts, Emma Stone 
Commedia, 119 min., USA, 2014 

Storia di Riggan Thomson (Keaton), celebrità hollywoodiana che si vuole scrollare di dosso l’etichetta di attore da blockbuster portando in scena a Broadway uno spettacolo teatrale ispirato al racconto di Raymond Carver What We Talk About When We Talk About Love. Incombono su di lui i successi commerciali del passato, rappresentati dalla voce di quel Birdman, supereroe di cui aveva indossato le vesti, che gli ricorda quanto sia più facile e proficuo (per le tasche e per l’ego) percorrere la strada cinematografica del remake piuttosto che quella del teatro. Riuscire a portare a compimento il proprio progetto, riuscire a convincere pubblico e critica di essere un Attore, diventano per Riggan un’ossessione. Tutt’intorno i problemi famigliari, gli sforzi per non disunire la compagnia, la competizione con un attore più giovane e talentuoso, i dubbi sulla propria esistenza. 

Iñárritu esplora la contemporaneità attraverso la dicotomia tra teatro e cinema, dimensione pubblica e privata, realtà (vita reale) e rappresentazione (rappresentazione scenica). Lo fa attraverso lunghi piani sequenza che indagano gli (angusti) spazi del teatro seguendo gli attori e svelandone gelosie, debolezze, promiscuità. Come le opere carveriane e altmaniane, Birdman vorrebbe elevare al massimo grado di “onestà” (nel senso hemingwayano del termine) le vicissitudini del suo antieroe contemporaneo, schiacciato da un sistema (quello dello spettacolo) che glorifica ma che troppo spesso dimentica o discrimina. Non ci riesce

Il raffinato gioco di rimandi (Keaton è stato il Batman di Tim Burton; molte sono nel film le citazioni di attori realmente esistenti) non è infatti così incisivo e funzionale come ci si potrebbe aspettare e anche i riferimenti alla nuove tecnologie (la notorietà ridefinita da YouTube e Twitter), il finale aperto e ermetico, gli effetti speciali non fanno altro che tradire un malcelato tentativo di svecchiare una tematica di stampo esistenzialista già ampiamente visitata dal mondo delle arti

Certo, Iñárritu mette in campo tutta la sua bravura registica ottenendo da troupe e attori una prova egregia, tuttavia l’enorme mole e autoreferenzialità delle tematiche trattate finisce con il nascondere qualsiasi barlume innovativo dell’opera, vanificandolo. 

Voto: 3 su 5 

(Film visionato il 14 febbraio 2015)


lunedì 2 febbraio 2015

Nuova recensione Cineland. Turner di M. Leigh


Turner (Mr. Turner) 
di Mike Leigh 
con Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson 
Biografico, 149 min., Gran Bretagna, 2014 

Biografia atipica del pittore William Turner (Spall). Atipica perché l’amore del protagonista per la pittura per una volta non viene espresso attraverso atteggiamenti strambi nella società o lampi di genio davanti alla tela bensì attraverso lo scorrere naturale della vita

La morte del padre, il matrimonio naufragato e i fugaci piaceri della carne, le esperienze sul campo per trovare la “vera luce”, diventano passaggi fondamentali della sua vicenda biografica più che la sua appartenenza alla Royal Academy o la genesi delle opere che lo fecero diventare famoso. 

È in questo modo che Leigh cesella un personaggio burbero, consapevole delle proprie potenzialità, amante dei piaceri (ma non nel senso edonistico del termine) e dell’arte, conscio del fatto che la pittura non avrebbe mai rischiato d’essere relegata in secondo piano in quanto troppo intimamente legata all’uomo-Turner. 

Tutt’intorno un’Inghilterra vittoriana ricostruita magnificamenteUnico neo la caratterizzazione di quelli che furono i colleghi artisti, la cui recitazione li riduce troppo spesso allo status di superficiali caricature. 

Voto: 3,5 su 5 

(Film visionato il 31 gennaio 2015)

mercoledì 28 gennaio 2015

Nuova recensione Cineland. Exodus - Dei e Re di Ridley Scott


Exodus – Dei e Re (Exodus: Gods and Kings) 
di Ridley Scott 
con Christian Bale, Joel Edgerton, Aaron Paul, Ben Kingsley 
Epico, Biblico, 150 min., USA, 2014 

Ennesima rivisitazione del libro dell’Esodo, incentrata sulle vicende che hanno come protagonista Mosè. Ogni intento di ricostruzione filologica in questo film viene meno, lasciando il passo a tonnellate di “licenze poetiche”, come quelle che stravolgono gli usi e i costumi del tempo. Le facce sono quelle di attori evidentemente “occidentali”, i luoghi massicciamente ricostruiti al computer e gli stessi dialoghi, lo stesso modo degli attori di relazionarsi tra loro, sembrano uscire da un action movie in cui i bicipiti sono oliati e ben in vista. A parte i costumi, tutto risulta finto, artificioso. 

La figura di Mosè (interpretato da un Christian Bale sottotono) è un mix tra il Massimo Decimo Meridio del Gladiatore (Gladiator, 2000) e il Robin Hood (2010) di, guarda caso, ridleyscottiana memoria. Notevoli le soluzioni visive, per il resto lascia letteralmente basiti la figura del Dio/Bambino e la magniloquenza con cui sono state girate le scene della divisione delle acque e dell’inseguimento tra egizi e ebrei. 

In sintesi, possiamo dire d’aver visto un polpettone di proporzioni bibliche

Voto: 2 su 5 

(Film visionato il 22 gennaio 2014)

martedì 20 gennaio 2015

Nuova recensione Cineland. Fade - Storia degli ultimi giorni di Alessandro Bertoncini


Fade - Storia degli ultimi giorni 
di Alessandro Bertoncini 
con Edoardo Bocchi, Massimo Boschi, Giorgia Castrogiovanni, Gabriele Ciances, 
Pietro Oddi, Bob Messini 
Commedia, 70 min., Italia, 2014 

Giovedì 15 gennaio è stato il giorno di Alessandro Bertoncini, regista in erba che ha avuto il privilegio di presentare Fade - Storia degli ultimi giorni, la sua opera prima, al pubblico di Parma. Inizio proiezione ore 21. Nell'ingresso del cinema Astra vengono consegnati due foglietti con, rispettivamente, la sinossi dell'opera e una scheda di valutazione (indice di gradimento da 1 a 5, come le stelline del Morandini). Entro e mi siedo in ultima fila. L'emozione è forte: la sala di proiezione è piena di ragazzi giovani e tra loro, oltre a qualche curioso, volti noti della città: almeno un assessore (non quello alla cultura), un paio di docenti universitari e personalità appartenenti al mondo del cinema e dello spettacolo. Proprio uno di questi introduce l'opera e gli interpreti. Ad entrare per ultimo Bertoncini, studente ventenne al secondo anno dell'Accademia di Cinema presso la RUFA di Roma che si è autoprodotto l'opera rinunciando all'acquisto dell'automobile che gli aveva promesso il nonno (encomiabile, non c'è che dire). 

Le luci si abbassano e inizia il film, di chiara ispirazione autobiografica, dove ad una storia d'amicizia se ne intreccia una d'amore, impossibile e tormentata. E poi gli ultimi giorni di scuola, l'esame di maturità, l'indecisione e la paura per il futuro, l'amicizia
Ora il dubbio amletico: tacere sui limiti di questo esordio, proseguendo sulla strada della mera esaltazione di un'opera solo perché autoprodotta, o esporli tutti? Sono convinto che, soprattutto in ambito artistico, le critiche siano sempre costruttive se oneste e argomentate. Procedo dunque ad un'analisi dell'opera per punti, per una maggiore chiarezza. 

Il tema trattato 
Obiettivo dichiarato dell'opera è quello di parlare della cosiddetta "linea d'ombra", ovvero di quel passaggio tra giovinezza e età adulta di memoria conradiana che si declina in nuove responsabilità sociali e sentimentali. Qui il periodo viene fatto coincidere con i giorni degli esami di maturità e di un amore reso impossibile dalla paura di svelare i propri sentimenti. Tema troppo scarno per un lungometraggio e comunque troppo retorico per risultare innovativo/interessante. E infatti per stessa ammissione del regista l'opera è il frutto di un'idea per un corto, solo successivamente ampliata per la realizzazione di un lungometraggio. Purtroppo questo cambio di direzione è stato risolto inserendo una moltitudine di scene di transizione che provocano un calo di tensione narrativa che finisce con l'inficiare il risultato finale. 

La chiave di lettura 
Fade, parola inglese che trova nell'italiana "dissolvenza" il suo corrispettivo, è insieme dichiarazione d'amore per il cinema nonché chiave di lettura per l'intera opera. Bertoncini ha dichiarato che questa è la "storia di un gruppo di ragazzi, di quello che erano, sono e sperano di diventare, mentre il passato e il presente si dissolvono ed il presente è presto sostituito da un futuro che prende nuova forma, proprio come l'immagine di una fotografia." Belle parole, che non trovano però riscontro nell'opera se non nel ricorso all'espediente tecnico della dissolvenza come metodo di transizione tra le scene. 

Il montaggio 
Il montaggio è tutto. Qui si salta, in modo fin troppo evidente, da un evento ad un altro, da una stagione astronomica e meteorologica ad un'altra senza una ragionata consequenzialità tra le scene che giustifica i cambiamenti. 

La colonna sonora 
Uso massiccio, e per questo fastidioso, di motivi di sottofondo e di musiche anglo-americane che spesso finiscono col soffocare le immagini. Musiche potenzialmente suggestive, non c'è che dire, ma che faticano ad inquadrare un periodo (quello degli esami di maturità) che invece ha spesso come colonna sonora canzoni sì banali e commerciali perché proposte a ripetizione da radio e tv ma sicuramente capaci, proprio per il fatto di essere conosciute ai più, di dare quel tocco generazionale che ad un lungometraggio di questo tipo non avrebbe guastato. 

La tecnica registica 
Un banco di prova. Non poteva essere altrimenti e non potevamo chiedere di più ad un attore ventenne che si cimenta per la prima volta in un lungometraggio. Ma se poi pensiamo ad un altro giovane esordio come quello di Marco Righi con I giorni della vendemmia (2010), opera dalla sobria e sapiente maestria tecnica girata in altrettanta penuria di mezzi, ecco allora che dobbiamo dire che questo lungometraggio si rivela tecnicamente acerbo, disomogeneo. Si passa da insistite inquadrature dal basso a carrellate improvvise, da primi piani poco evocativi a lunghi e stucchevoli ralenti. Bertoncini ha la frenesia di mettere in pratica un ampio spettro di soluzioni registiche che, insieme, tradiscono un'impulsività poco produttiva. Non mancano i calchi da altre pellicole, si pensi alla riduzione e successiva apertura del formato dell'immagine così come accade in Mommy di Xavier Dolan (film guarda caso recentemente arrivato in Italia), o alle sperimentazioni poco ragionate come gli improvvisi passaggi dal colore al bianco e nero per sottolineare i momenti di sconforto del protagonista. 

La recitazione 
Quasi tutti attori giovani provenienti dal mondo del teatro, credibili ma troppo spesso visibilmente intimiditi dalla macchina da presa. I cammei di attori navigati, come quello di Bob Messini, sono barlumi di cinema attenuati però da battute poco consone ai relativi personaggi. 

Le location 
Rischio di essere troppo di parte perché buona parte dell'opera si svolge nelle strade in cui sono cresciuto e in cui tutt'ora abito. Ciò che mi sento di dire è che non si può far partire il protagonista per un viaggio in solitaria e poi farlo camminare in mezzo ai campi della nostra provincia. 

All'uscita ho restituito il biglietto con una valutazione di tre "stelline" su cinque. Una media tra il risultato finale, acerbo e impulsivo, sia a livello di scrittura che a livello di tecnica registica, e la passione, la voglia di fare. Voglio però chiudere questa recensione aggiungendo che da un regista ventenne mi sarei aspettato molto di più sotto il punto di vista del coraggio autoriale, se non a livello tecnico almeno a livello contenutistico. Detto in altri termini, sono rimasto sorpreso dal non aver trovato traccia di riferimenti culturali forti, impliciti o espliciti che fossero.

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